Se non scegli il genere, la tua storia non sa dove andare

Se non scegli il genere, la tua storia non sa dove andare

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Nel lavoro su un romanzo c’è un passaggio che molti autori tendono a rimandare o a trattare come un dettaglio secondario: la definizione del genere. Spesso viene considerata una questione editoriale, utile più tardi, quando il libro dovrà essere presentato a un agente o a una casa editrice. In realtà la scelta del genere agisce molto prima, nel cuore stesso della costruzione narrativa. Non riguarda il modo in cui il romanzo verrà classificato, ma il tipo di esperienza che la storia promette al lettore e il tipo di trasformazione che quella promessa rende necessaria.

Quando questa scelta non è stata chiarita, la storia tende a oscillare. Gli eventi accadono, i personaggi si muovono, i capitoli si accumulano. Tuttavia la direzione resta incerta. Non perché manchino le idee, ma perché manca un sistema di aspettative che organizzi quelle idee in una traiettoria riconoscibile.

Il genere come premessa narrativa

Ogni genere costruisce un patto implicito con il lettore. Non si tratta di una formula rigida né di un insieme di cliché da rispettare. È piuttosto un orizzonte di aspettative che orienta la lettura fin dalle prime pagine. Il lettore non si limita a seguire gli eventi, ma cerca di capire quale tipo di storia gli è stata promessa e quale tipo di trasformazione quella promessa comporta.

Un romanzo investigativo promette una ricerca della verità. Un romance promette l’evoluzione di un legame e il confronto con ciò che lo mette in crisi. Un fantasy promette l’esplorazione di un mondo regolato da forze che superano la realtà ordinaria e che obbligano i personaggi a ridefinire la propria posizione dentro quel mondo.

La promessa non stabilisce cosa accadrà esattamente, ma definisce il tipo di movimento che la storia deve sostenere. Quando il genere è chiaro, ogni scelta narrativa contribuisce a rafforzare o mettere alla prova quella promessa. Quando il genere resta indefinito, la promessa cambia continuamente.

Quando il genere viene definito in modo vago

Molti autori credono di aver già chiarito il genere del proprio romanzo perché riescono a descriverlo con una formula apparentemente precisa. In realtà quella formula spesso nasconde un’incertezza più profonda. È frequente incontrare definizioni come:

“È uno sport drama con elementi romance, in cui l’introspezione dei personaggi ha un ruolo centrale, e passato e presente si intrecciano continuamente.”

Oppure:

“È un dramma psicologico familiare e romantico con un risvolto fantastico, ma non dichiarato.”

Queste definizioni non chiariscono il genere della storia. Lo diluiscono. Accumulano caratteristiche, registri e temi diversi senza indicare quale sia il motore principale della narrazione. Il risultato è una descrizione complessa ma non stabilisce assolutamente una direzione.

Il problema non è la presenza di più elementi narrativi. Molte storie funzionano proprio perché integrano dimensioni diverse. Il problema emerge quando nessuno di questi elementi assume il ruolo di asse portante. Senza un asse chiaro, ogni scena può essere interpretata in modi diversi e la costruzione della trama perde coerenza.

La differenza tra contaminazione e indecisione

La narrativa contemporanea è piena di esempi di contaminazione tra generi. Fantasy che incorporano dinamiche politiche, thriller che esplorano conflitti familiari, romance che si muovono dentro contesti storici complessi, o i famosi "Romantasy" (romance+fantasy) che hanno permesso di coniare addirittura un nome ad hoc. La contaminazione, tuttavia, funziona solo quando il genere principale è chiaramente riconoscibile.

Quando un autore padroneggia il genere, può permettersi di deviare dalle sue regole perché sa quali aspettative sta modificando. Quando il genere non è stato definito, la deviazione non appare come una scelta consapevole ma come una perdita di orientamento.

Il lettore non ha bisogno che la storia segua uno schema prevedibile. Ha bisogno di capire quale tipo di trasformazione sta osservando. Se ogni segmento del romanzo suggerisce un tipo di esperienza diverso, l’attenzione si disperde.

Il genere come criterio di selezione

Uno degli effetti più concreti della scelta del genere riguarda la selezione delle scene. Ogni romanzo genera più possibilità narrative di quante ne possa effettivamente sostenere. Nuovi personaggi, sottotrame, conflitti secondari continuano a emergere durante la scrittura. Senza un criterio di selezione, la storia tende ad accumulare elementi che non contribuiscono alla direzione principale.

Il genere svolge proprio questa funzione. Definisce quale tipo di conflitto deve restare al centro e quali elementi devono essere subordinati. In un romance, per esempio, anche un conflitto professionale o familiare viene interpretato in relazione alla trasformazione del legame centrale. In un thriller investigativo, la stessa dinamica diventerebbe secondaria rispetto alla ricerca della verità.

Quando il genere non è stato scelto, ogni nuova idea sembra legittima. La narrazione si espande ma non si concentra e la costruzione della trama diventa una successione di episodi che non convergono verso una direzione riconoscibile.

Il segnale che il genere non è stato definito

Esiste un segnale ricorrente che rivela questa indecisione: l’autore racconta la propria storia mettendo in evidenza elementi diversi ogni volta che la descrive. In un momento il centro sembra essere il conflitto emotivo dei personaggi, in un altro l’ambientazione sportiva, in un altro ancora un elemento fantastico che attraversa la trama.

Il romanzo diventa così una somma di prospettive, nessuna delle quali riesce a orientare davvero la lettura. Il problema non emerge necessariamente nella qualità della scrittura. Può emergere invece nella percezione di dispersione che i lettori avvertono senza riuscire a spiegarla con precisione.

Questo fenomeno è strettamente collegato a ciò che accade quando una storia smette di produrre conseguenze coerenti: se la direzione non è chiara, anche le conseguenze degli eventi perdono forza.

Il punto di vista dell'autore e quello del lettore

Per chi scrive, la presenza di molte dimensioni narrative può sembrare una ricchezza. L’autore conosce tutte le connessioni tra i diversi livelli della storia e può percepirli come parti di un sistema coerente... Il lettore, invece, non ha accesso a questa visione complessiva e interpreta la storia attraverso i segnali che riceve sulla pagina.

Se quei segnali suggeriscono promesse diverse, il lettore non sa quale aspettativa adottare. Non capisce quale trasformazione dovrebbe considerare centrale e la lettura resta magari anche ricca, ma perde la sensazione di direzione che rende una storia coinvolgente.

Il genere non limita la creatività dell’autore, anzi, fornisce le basi una stanza capiente e definita dove far accadere tutto ciò che si vuole.

Una scelta prima strutturale e poi commerciale

Definire il genere non significa semplificare o ridurre la complessità di una storia. Significa stabilire quale dimensione narrativa deve guidare tutte le altre. Ogni genere mette al centro un tipo specifico di tensione (morale, relazionale, investigativa, avventurosa, fantastica), e questa scelta determina: il modo in cui gli eventi si concatenano, il peso dei conflitti e la natura della trasformazione che il protagonista è chiamato ad attraversare.

Quando questa decisione resta vaga o viene rimandata, la revisione del romanzo diventa molto più difficile. Molte scene possono risultare efficaci prese singolarmente, ma la sensazione di dispersione continua a emergere.

Quando il genere è chiaro, invece, diventa un vero principio organizzatore. Permette di riconoscere quali elementi devono essere sviluppati perché appartengono alla logica della storia e quali, pur interessanti, portano verso una direzione che il romanzo non può sostenere. In questo senso il genere non limita la storia: le dà una struttura entro cui ogni scelta narrativa acquista un peso e una conseguenza.

Una direzione prima della scrittura

Molti problemi che emergono durante la revisione non nascono dalla qualità della scrittura, ma dalla mancanza di una decisione strutturale sul tipo di storia che si sta raccontando. Finché questa decisione resta implicita, la revisione rischia di concentrarsi sulla superficie del testo.

Una storia non diventa più chiara perché viene descritta con più precisione. Diventa più chiara quando le sue scelte narrative convergono verso una promessa riconoscibile.

Prima di intervenire sulle singole scene può essere necessario fermarsi e osservare la storia da una prospettiva più ampia. Quale esperienza narrativa sta davvero promettendo? Quale trasformazione rende inevitabile?

Se nel descrivere il tuo romanzo senti di dover accumulare definizioni diverse per spiegare cosa stai scrivendo, potrebbe essere il segnale che il genere della storia non è ancora stato chiarito. Una call di orientamento serve proprio a questo: osservare la struttura del romanzo e capire quale promessa narrativa sta davvero guidando la sua direzione.

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